Un angelo migliore

download (2).jpg“Qualcuno stava assassinando gli animaletti del nostro quartiere. Li trovavamo sulla strada davanti a casa, e da lontano sembravano vittime di automobilisti imprudenti, ma da vicino si vedeva che il corpo era paffutello e tondo, non piatto, e segnato dai tagli precisi e rettangolari di una lama. Talvolta giacevano in pozze di sangue rappreso, e allora si capiva che l’assassinio aveva avuto luogo lì. Altre volte era evidente che erano stati rimossi dalla scena del crimine e piazzati ad arte, come i due scoiattoli abbracciati sulla porta di Mrs Chenoweth. Prima gli scoiattoli, poi conigli, poi gatti e poi, sul finire dell’estate, cani. A quel punto io sapevo ormai da molto tempo chi fosse l’autore delle pugnalate.” (“Pugnalate”)

C’è qualcosa che non quadra in questi racconti di Cris Adrian, qualcosa che non è plausibile, forse nemmeno accettabile, alla quale però finisci per credere, per affidarti senza remore. La voce del racconto è, quasi sempre, quella di un bambino, ma un bambino non può sapere tutto e di tutto soffrire, non è realistico, non è verosimile, eppure è autentico. Questo è un gioco di prestigio. I bambini di queste storie sono soli ma non adottabili, sono bambini che hanno un passato, che hanno un destino, anche se vorrebbero volentieri farne a meno. Perché qui sapere è soffrire, perché questa infanzia è una terra desolata e tanto guasta in cui non c’è spazio per giocare, se non con la morte. E questo fa la protagonista di “pugnalate” gioca con la morte, ammazza gli animaletti così come qualcuno o qualcosa ha ucciso lei in passato. Uccide gli animaletti, uno dopo l’altro, con un pugnale affilato e intanto si trova un complice, la sua vittima predestinata, un bambino che ha smesso di parlare. Cris Adrian scrive delle storie in cui a volte, nella quieta banalità di una vita normalmente disordinata come quella di tutte, accade che il fantastico si insinui, sotto forma di malattia o di virtù, o di mancanza, che fa luce, ma troppa, qualcosa che invece di scaldare e illuminare, distrugge.Come insegna un verso di una poesia di Emily Dickinson. la vita è insegnata dalla morte, come l’acqua dalla sete.

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